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Una colonia travestita da resort di lusso: il piano di Trump per Gaza

Di Luca Chieti

Il piano di Donald Trump per trasformare la Striscia di Gaza in una riviera di lusso è l’ennesimo delirio del presidente americano sullo scacchiere internazionale che rischia di mettere ulteriormente in ginocchio una popolazione martoriata da oltre 500 giorni di conflitto.

Il 5 febbraio 2025, a meno di un mese dall’accordo di cessate il fuoco tra Hamas e Israele, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si appresta ad illustrare i risultati dell’incontro con il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Memore delle recenti mire espansionistiche del tycoon, la sala stampa si prepara ad un discorso forte e netto sul futuro della Striscia di Gaza e della sua popolazione. Trump prende la parola e afferma: 

Prenderemo il controllo della Striscia di Gaza, la libereremo dalle macerie, la svilupperemo e la renderemo bellissima”

Le Follie dell’Imperatore

Con questo annuncio schizofrenico, il presidente americano si appresta a mettere in pratica una sorta di obbligo morale civilizzatore per il territorio palestinese e per l’intero Medioriente. La ricetta per la pace duratura a stelle e strisce racchiude il delirio di chi, ubriaco del troppo potere che possiede, pensa di poter giocare una macabra mano di Risiko, rimescolando i confini a proprio piacimento. Durante la conferenza stampa, l’idea di Trump si delinea in un’acquisizione militare della Striscia di Gaza, il successivo stanziamento a lungo termine degli statunitensi e la ricostruzione di quanto distrutto dal 7 ottobre 2023. Il tutto, in nome del lusso, dell’eleganza e della prosperità economica. Una vera e propria “riviera” che permetterà, ai pochi prediletti del Presidente, di dimenticare un passato di guerra in un nuovo scenario da cartolina, lontano dalle bombe, dal sangue e senza il disturbo della popolazione palestinese. 

Niente Palestinesi nella Riviera di Gaza

La domanda che sorge spontanea davanti alla presentazione di questo assurdo piano è: “Che ne sarà della popolazione della Striscia di Gaza?”. Secondo il presidente degli Stati Uniti, i palestinesi non dovrebbero tornare in un posto che lui stesso definisce “infernale”. Sebbene le parole di Trump hanno la parvenza di caritatevole gentilezza, nascondono nei fatti un’intenzione ben diversa: deportare in massa e definitivamente la popolazione di Gaza, eliminando così quella che il presidente statunitense considera la causa dell’instabilità nella regione. Eppure, sebbene la Striscia sia stata descritta come un cumulo di macerie da ripulire, ci sono oltre 2 milioni di persone che hanno visto la propria casa, la propria vita, ridursi in polvere sotto gli attacchi israeliani, che con fatica stanno cercando di ritrovare quella parvenza di quotidianità dopo il 19 gennaio e che ora sono d’intralcio al progetto della “Gaza Riviera”. 

Lo Sdegno Internazionale

Il piano coloniale di Trump ha generato scalpore generale, anche tra quelle potenze che violano il diritto di autodeterminazione dei popoli come la Cina o la Russia, che ritengono la presenza palestinese un elemento imprescindibile per la pace nella regione. A questi, si aggiunge l’opposizione degli alleati atlantici, in particolare Francia, Germania, Regno Unito e Turchia, che prefigurano l’esistenza di uno stato palestinese a Gaza e non il controllo di un altro paese. Lo sdegno dei paesi della regione mediorientale completano un quadro internazionale mal disposto ad accettare la nascita di una riviera sulle macerie di Gaza. 

Il presidente statunitense non pare toccato dalla generale avversità rispetto alle sue parole sulla Striscia di Gaza e sembra intenzionato a perseguire la sua folla idea, forte del supporto israeliano, che rischia di mettere ulteriormente in discussione il fragile cessate il fuoco nella regione e di segnare un nuovo, tragico capitolo per la popolazione palestinese della Striscia.